Intervista a Denis Zorgniotti - 2ª parte
Continuo dell'intervista a Denis Zorgniotti speaker-dj parigino della trasmissione NEXT - Le magazine des labels indépendants su Télérama Radio.
Qui troverete la prima parte dell'intervista (pubblicata nella puntata scorsa di Indiepop, mon amour).
Che cosa ne pensi di tutto il filone musicale francese, molto seguito in Francia, legato maggiormente alla musica popolare che è esploso sulla scia di Mano Negra, Negresses Vertes, Têtes Raides e Louise Attaque? E quindi di gruppi come Les Ogres de Barback o Les Hurlements de Léo? Credi che in qualche modo siano legati al mondo indie o appartengano a tutt’altro tipo di pubblico e ascoltatori?
Direi sì e no. Tutti gli artisti che citi hanno fatto i loro primi passi nel circuito indie. Ma a livello di genere musicale, si rifanno in maniera fortissima al filone tipicamente francese della “chanson réaliste” e della “culture fanfare”. Dunque un genere non molto “indie” nel senso anglosassone del termine. Per esempio i Négresses Vertes, che hanno avuto un notevole successo in Inghilterra, erano catalogati laggiù come “french world music”. Inoltre, i gruppi di questo genere hanno avuto in fin dei conti molto successo in Francia, come i Louise Attaque che hanno venduto due milioni di dischi del loro primo album o i Têtes Raides i cui album vendono 400.000 copie ognuno, il tutto restando legati a un’etichetta indipendente. Può essere che riescano ad arrivare veramente al grande pubblico perché fanno una musica “festive” e questo è una cosa che piace molto. Per molti, infatti, sono l’alternativa alla “musica commerciale” francese. C’è un gruppo in fin dei conti che non appartiene a questo filone - e che tu non hai citato – che sono i Noir Désir. Il gruppo ha avuto la chance di aver firmato per una major alla fine degli anni ’80, ha sempre cantato in francese, ha sempre venduto bene (200.000 copie del primo album fino ad arrivare ai due milioni di copie dell’ultimo) ma musicalmente parlando è stato sempre intransigente. I Noir Desir fanno del rock alla Gun Club.
Per un veterano della musica indipendente come te fenomeni come l’enorme successo di Air, Phoenix, Yann Tiersen e Sébastien Tellier (famosissimi in tutto il mondo) e di Miossec, Dominique A e Barbara Carlotti (noti invece soprattutto in Francia) - artisti che, bene o male, sono tutti accostati a un certo mondo indipendente - sono stati un elemento positivo alla crescita della musica indie in Francia?
Sì, decisamente sì. Ma per due ragioni diverse. Da un lato, come ho già detto prima, Dominique A, e in una misura minore Miossec, hanno dato prova che si poteva utilizzare la lingua francese pur essendo fan dell’indie-rock. Dall’altro gruppi come Air, Daft Punk, Phoenix hanno mostrato ai francesi che era possibile avere successo all’estero. Per molti gruppi che cantavano in inglese questo è stato un fattore di sblocco. E’ il caso di Sébastien Tellier, dei Tahiti 80, degli Orwell e dei Rinôçérôse… Inoltre il grande pubblico che vedeva fino a poco prima gli artisti pop-rock francesi come delle pallide copie di modelli stranieri ha dovuto ricredersi. In generale quando i gruppi di un Paese hanno successo questo fa venire voglia ai giovani connazionali di mettere su una propria band.
Un altro argomento di cui volevo parlare con te: l’attenzione in Francia per la tutela e la promozione della musica nazionale (del tutto assenti in Italia). Ad esempio c’è una legge francese che obbliga le radio a passare almeno il 70% di musica francese. Pensi che queste norme possano essere utili a far emergere anche la musica indipendente nazionale o, al contrario, queste favoriscano soprattutto la musica francese “spazzatura” e di bassa qualità?
Innanzitutto la percentuale a cui tu ti riferisci non è del 70% ma del 40%. Che di per sé non sarebbe neanche male. Ma questo 40% si riferisce non alla musica francese ma alla musica francofona, ovvero cantata “in francese”, e allora questo cambia di molto la faccenda. E’ una cosa tipicamente francese quello di realizzare una Politica Culturale e di definire delle quote. Avviene lo stesso nel campo cinematografico… E se, a livello di principio, è rispettabile, nei fatti questo ha degli effetti perversi. La legge a cui ti riferivi ha favorito il rap (la Francia è il secondo mercato mondiale in ambito rap) ma nient’affatto il pop o il rock. Inoltre ha relegato in un ghetto tutti gli artisti francesi che si esprimono in inglese. Risultato, le major si legano prevalentemente e quasi esclusivamente agli artisti che cantano in francese. Questo è il criterio principale, prima del talento. E questo avviene anche se l’artista è un mero clone francofono di un artista americano. Ad esempio Superbus non è che la versione francese di Avril Lavigne! Una volta ho intervistato un gruppo, i Jack The Ripper, i quali mi hanno spiegato che per il loro primo album autoprodotto un’etichetta gli aveva detto “Il vostro album ci piace moltissimo. Tornate qui con lo stesso album, ma cantato in francese, e ve lo pubblichiamo di corsa”. Il cantante del gruppo mi ha detto che è come chiedere a Picasso di mettere del verde al posto del blu durante il suo Periodo blu. Non è giusto andare a toccare e condizionare il momento creativo. Personalmente questo mi urta. Le cose tendono, però, a evolversi: da quando Syd Matters appariva come un’eccezione vendendo 25.000 copie del suo album, recentemente altri artisti “anglofoni” hanno fatto il botto: Aaron, doppio disco d’oro, e i The Dø o i Moriarty che cominciano a diventare importanti.
Com’è cambiata e come sta cambiando la musica indipendente in Francia dopo la diffusione di internet, del free-download e soprattutto di Myspace. Quale pensi che siano gli elementi positivi e quelli negativi di questo processo rivoluzionario e inarrestabile?
La Francia è sempre un po’ reticente alle novità. Riguardo a Internet, le major non hanno mai smesso di ripetere di come internet fosse la sola causa del calo delle vendite di dischi. Un capro espiatorio che permette alle label di non mettere in discussione la politica basata esclusivamente sul marketing (c’è tutta una parte di pubblico che non si ritrova nella musica modello “fotocopia”, l’unica promossa dai grandi media). In compenso, per i gruppi indie internet è visto come una chance per fare ascoltare la loro musica in Francia e all’estero. L’anno scorso ho partecipato a una tavola rotonda su myspace; uno dei partecipanti spiegava come 80.000 gruppi su 800.000 presenti su myspace fossero francesi. Ci si potrebbe rallegrare di questo numero incredibile di gruppi francesi che ci mostra la vitalità della scena francese (anche se molti di loro non sono affatto dei “talenti” e sono in tanti a sognare innanzitutto il loro quarto d’ora di gloria narcisistica cara ad Andy Warhol). Allo stesso tempo questo testimonia che per i nuovi artisti le vie tradizionali sembrano bloccate. Eccessiva cautela da parte delle grandi case discografiche, grandi media con i paraocchi, difficoltà a fare concerti… Myspace è visto come il nuovo messia. Ma per alcuni che “ce la fanno”, quanti altri invece restano delusi!
In conclusione, prova a consigliare a un lettore di Frigopop, che di musica indipendente francese sa veramente poco o niente, qualche artista indipendente francese indispensabile.
Per chi capisce il francese, torno ancora a parlare di Dominique A : un modello assoluto di coerenza, dotato di uno stile personale e di una capacità di scrittura pari solo a Léo Ferré. Altrimenti posso suggerire gli Autour de Lucie, il gruppo da cui proviene Valérie Leuillot, che grazie alle loro melodie delicate e alle chitarre pulite rappresentano una facile via d’accesso al pop indipendente francese. Sennò potrei consigliare i Jack The Ripper, un gruppo che si distingue del tutto dagli altri, tra il cabaret tedesco e il pop dandy britannico, con un cantante allucinante e allucinato. E per concludere direi i Landscape, un gruppo post-rock alla Radiohead e Sigur Ros che ha invitato sul suo ultimo album Syd Matters, Arman Melies, i Carp, gli Overhead, tra i migliori artisti della scena indie francese. In breve, in un solo album un piccolo “the best of the indie made in France”.
Aggiungi qualsiasi altra cosa, dedicata a dei lettori italiani.
Ho giusto un piccolo rimpianto. Credo che Italia e Francia abbiano molti punti in comune a livello di gusti, di sensibilità. E non dico questo perché i miei nonni erano italiani. Ma, allo stato attuale, i canali di scambio tra i due Paesi sono esili. Il cantante degli Ulan Bator, un gruppo francese di culto, vive in Italia, così come, di recente, delle agenzie di booking francesi hanno portato a Parigi dei gruppi italiani (questo mi ha permesso di scoprire gli Action Dead Mouse e i Port-Royal)… Non so molto di come ve la passiate in Italia, ma gli scambi con la Francia mi sembrano rari. Quando invece la musica indie spagnola è molto conosciuta in Francia. Non c’è solo il calcio nella vita! In breve, facciamo degli scambi, condividiamo esperienze e si potrà dire che siamo particolarmente fieri dei nostri due Paesi. E per delle buone ragioni.